Il mining di Bitcoin è un processo fondamentale per il funzionamento della blockchain, ma porta con sé implicazioni ambientali significative. Sebbene BTC rappresenti una forma di denaro decentralizzata e democratica, il suo protocollo proof-of-work è ecologicamente insostenibile. Esistono soluzioni alternative?

La rivoluzione Bitcoin ha un costo: energia, acqua, emissioni di CO₂
Bitcoin consuma più energia dell’Olanda in un anno
Quanto inquina davvero Bitcoin? E perché l’estrazione di BTC consuma così tanta energia? Per rispondere, bisogna partire dal mining, ovvero il processo che consente di verificare le transazioni e aggiungere nuovi blocchi alla blockchain di Bitcoin. Il tutto avviene attraverso un meccanismo chiamato proof-of-work, che, per funzionare, richiede enormi quantità di energia.
Ogni volta che un miner convalida un blocco da 1 MB, riceve una ricompensa in Bitcoin. Per farlo, deve risolvere calcoli complessi con computer specializzati, che lavorano ininterrottamente e al massimo della potenza. Ed è proprio questa richiesta continua di energia a spingere verso l’uso di fonti non rinnovabili, più stabili e potenti rispetto alle fonti green.
Dati alla mano, una singola transazione consuma in media 1.252 kWh, pari a 53 giorni di elettricità per una famiglia americana, 842.000 transazioni con carta di credito, oltre 51.000 ore di video su YouTube. Se fosse uno Stato, Bitcoin sarebbe il 27° al mondo per consumo energetico, davanti al Pakistan, paese con più di 230 milioni di persone.
Non solo impatto energetico: il raffreddamento dei data center richiede in media 1,65 km³ d’acqua, quanto basterebbe per soddisfare i bisogni idrici di milioni di persone dei territori afflitti da siccità. Il problema non è poi solo quanto si consuma, ma dove. Dopo il bando dalla Cina nel 2021, molti miner si sono spostati in Paesi come Kazakistan, Russia e Stati Uniti, con conseguenze ambientali significative.
Si può ridurre l’impatto ambientale?
Nel mondo crypto esistono già soluzioni alternative ecologiche. Ethereum, per esempio, ha adottato nel settembre del 2022 il proof-of-stake, un protocollo di validazione dei blocchi in cui non servono macchine ad alta potenza energetica, ma è sufficiente mettere in staking, ovvero “bloccare” una certa quantità di monete. Il risultato, tenetevi forte, è un taglio dei consumi fino al 99%.
Anche nel mondo Bitcoin si stanno esplorando nuove strade più sostenibili. Alcuni sviluppatori propongono soluzioni ibride che sfruttano fonti rinnovabili o energia inutilizzata. Nel frattempo, aziende e centri di ricerca stanno sviluppando data center capaci di convertire l’energia rinnovabile in eccesso in potenza di calcolo per applicazioni ad alta intensità, come il mining stesso.
È evidente che la decentralizzazione ha un costo, ma ripensare il sistema è possibile. L’obiettivo è abbassare i consumi preservando la visione che ha reso Bitcoin così rivoluzionario: un sistema libero, trasparente, decentralizzato, governato dalla sua stessa comunità.